È una delle frasi sulla pagina ufficiale facebook di Giusy Versace che salta subito all’occhio e ti colpisce perché rende esattamente il carattere, la personalità e la forza di una donna che nella sua storia di vita, di cadute e trionfi, si è sempre messa in gioco con coraggio e lealtà, diventando ispirazione e punto di riferimento per moltissime persone. Atleta paralimpica, prima donna in Italia a correre con amputazione bilaterale, scrittrice, conduttrice TV e parlamentare, Giusy è tante cose insieme, ma soprattutto un concentrato di ottimismo, positività e fiducia verso se stessi e il futuro, perché “con la testa e con il  cuore si va ovunque”, come sottolinea nel titolo del libro che racconta la sua autobiografia.
Schietta ed ironica, con lei abbiamo parlato a cuore aperto delle difficoltà che stiamo vivendo a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid- 19, di come ha vissuto la sua quarantena e soprattutto di come ripartire, più forti e consapevoli, dopo questo momento di stop come spesso insegna lo sport. Da vera squadra di calcio.

Come hai trascorso questa lunga quarantena? E come l’hai vissuta da donna e sportiva quale sei?
“Sono stata in ansia come tutti, credo. Preoccupata per i miei che vivono in Calabria e che tenevo d’occhio a distanza con le video chiamate. Ho lavorato tutto il tempo al telefono anche per via del mio impegno istituzionale come parlamentare. Ho passato le notti ad interpretare i dpcm di Conte per dare riscontri rapidi e ho tenuto costanti confronti con i colleghi, con gli imprenditori, le associazioni, cercando di trovare soluzioni ed elaborare suggerimenti a sostegno delle donne, della cultura, dello sport e della disabilità, cercando di dare il mio contributo. Ci sono stati giorni che mi sono sentita impotente, inutile. Altri che sentivo il peso del mio ruolo, altri in cui ho odiato il telefono. Ma non ho mai perso le forze né la speranza. Per trovare un po’ più di equilibrio, ogni giorno cercavo di staccare il cellulare per dedicare almeno un’ora a me stessa, facendo un po’ di sport in casa: addominali, stretching, capriole, verticali… mi aiutava a stare meglio e ritrovare la concentrazione”.

Questa improvvisa pausa forzata ci ha fatto riscoprire il valore del tempo, degli affetti, della libertà, della condivisione. Per te che hai vissuto momenti anche più difficili, il valore e l’insegnamento più grande che possiamo trovare in questo momento che ha costretto tutti a fermarci?
“Mio malgrado uno stop forzato l’ho già vissuto nel 2005, quando a seguito dell’ incidente stradale ho perso entrambe le gambe. Lo so bene quanto sia prezioso il tempo che ci viene concesso. Ho imparato ad apprezzarlo. Ho riscoperto i valori, gli affetti e le cose semplici che arricchiscono la nostra vita. Durante il lockdown ho approfittato per sfogliare qualche pagina del mio libro, scritto ormai 7 anni fa (“Con la testa e con il cuore si va ovunque”, ndr) e ho ricordato con affetto il prezioso lavoro che medici e infermieri svolgono e quanto, in questa fase, abbiano sacrificato la loro vita per salvarne delle altre. Ho ricordato quanto sia stata ed è preziosa la presenza della mia famiglia, delle persone a me più care che sono stati per me il mio scudo e le mie stampelle, mi hanno protetta e sorretta. Ho anche pensato che forse, nella vita, serve ricevere uno schiaffo forte perché si reagisca. Come esseri umani spesso tendiamo a stare fermi in cosiddette ‘zone di comfort’ e appena salta fuori una difficoltà, il nostro cervello va in stallo. Sulla mia pelle ho imparato che dietro una crisi si cela sempre un’opportunità. Basta cercarla. Dobbiamo sforzarci di pensare che nella vita, come nella natura, tutto è ciclico. Niente è per sempre. Ogni cosa ha una durata, lunga o breve che sia. Come nello sport, vince chi resiste di più. Ecco perché per me, ora più che mai, è importante non mollare. È proprio nei momenti di crisi che il cervello elabora le soluzioni più inaspettate”.

L’emergenza virus ha stravolto vite e quotidianità e tantissime famiglie si ritrovano in grande difficoltà dal punto di vista economico, così come le categorie più fragili che rischiano di rimanere indietro. Una tua riflessione su questo e sulla generosità messa in campo da tante persone comuni che hanno fatto squadra per dare voce ad un’unica Italia?
“La spontanea solidarietà espressa da tante persone, dalle più note alle meno note, mi ha ricordato che i nostri cuori sono fatti per amare e non per odiare. È stato commovente vedere l’impegno di tutti a sostegno di chi stava rimanendo indietro. Ho sentito davvero un’Italia unita, da nord a sud e ne sono stata orgogliosa. Lo stesso orgoglio di quando partivo con la Nazionale Italiana per le gare internazionali. Peccato che questo concetto di squadra si sia visto meno in politica. Io vengo dal mondo dello sport, conosco il rispetto, il fair play. Amo lavorare per vedere concretizzarsi dei risultati. Non sono mai stata una fan di annunci ed in genere parlo dopo aver fatto delle cose. Mentre lavoro, sto in silenzio. A testa bassa studio, mi sacrifico e alla fine, se è il  caso, esulto o mi critico. Purtroppo, il coronavirus è stato per il nostro Paese – e non solo per il nostro – come un pettine che ha messo in evidenza tutti i nodi da sciogliere. Fasi critiche come queste obbligano la politica ad agire velocemente. E per usare una metafora sportiva, non abbiamo avuto a che fare con dei velocisti. L’unica cosa su cui sono stati tutti veloci, erano gli annunci. Abbiamo assistito, e purtroppo stiamo assistendo, ad un film la cui sceneggiatura sembra essere un disgustoso mix tra la commedia, l’horror e la fantascienza. Troppa gente è rimasta indietro, soprattutto i più fragili e penso alle persone con disabilità, i cui temi stanno sempre sulla bocca di tutti, ma nei fatti restano ai margini. Burocrazia, lentezza e supponenza stanno danneggiando tutti coloro che hanno dimostrato invece molta pazienza, collaborazione e dignità. Non se lo meritano. È qui che avrei voluto davvero vedere la squadra. Ma il senso di squadra, per come lo intendo io, dovrebbe imporre a chi decide, e quindi alla politica, di ascoltare di più, stringersi ad un tavolo senza cappelli di appartenenza per cercare seri confronti e reali soluzioni. Qui non vince chi fa un goal, vince la squadra. Vince l’Italia”.

Lo sport è da sempre un veicolo potente di messaggi di inclusione e può aiutare molte persone ad uscire di casa e a relazionarsi con gli altri. Abituata come sei a metterti in gioco per carattere, ti senti di incoraggiare tanti ragazzi che forse più di tutti hanno sofferto questo periodo di isolamento e stop anche nello sport?
“Come dicevo prima tutto è ciclico. Serve pazienza, sacrificio e ottimismo. Chi ama e vive lo sport come noi, questo lo sa bene e secondo me ha sofferto l’isolamento meno di altri. I social e le video chiamate hanno aiutato tanti a non sentirsi soli, a scambiarsi metodi di allenamenti alternativi. È stato anche divertente per certi aspetti. Ma è chiaro che la socialità che può dare il contatto fisico, al momento negato, rappresenta un valore aggiunto. Per alcuni sport di squadra la relazione tra persone è importantissima per creare armonia. Nel mondo della disabilità, ad esempio, molti ragazzi vivono con disagio la propria condizione e faticano a trovare opportunità per relazionarsi ad altri. Lo sport rappresenta, in questi casi, un prezioso e insostituibile strumento per migliorarsi, per accettarsi, per crescere. Per molti atleti paralimpici lo sport è anche una grande opportunità di riscatto sociale. Quello che dico sempre a molti di loro, e che ho continuato a dire anche in questi due mesi di stop forzato, è che non dobbiamo perdere la speranza. Non dobbiamo smettere di lottare e di crederci. Tutto riprenderà, e quando accadrà, voglio pensare che le emozioni che vivremo saranno più belle e più potenti di prima”.

Rimanendo in tema e in base alla tua esperienza, pensi che in Italia si abbia ancora  “paura” , per una questione culturale, di parlare di disabilità?
“Forse ‘paura’ non è proprio il termine adatto. Io credo che ci sia ancora troppa ignoranza sul tema disabilità. Certamente è una questione culturale. Bisogna lavorare molto di più sul concetto di inclusione già dalle scuole. I ragazzi, se educati al rispetto, lo apprendono e applicano ancora meglio degli adulti. È su questi ultimi che inciampa il carro. Ma io voglio essere fiduciosa perché lo sport diventa un prezioso mezzo che ci può aiutare ad abbattere tutte le barriere mentali costruite negli anni attorno al mondo della disabilità”.

Le complicazioni legate all’emergenza mondiale da coronavirus  hanno portato a rinviare di un anno le Olimpiadi e Paralimpiadi estive di Tokyo 2020. Una tua riflessione in merito da sportiva e il tuo augurio per gli atleti in vista dell’appuntamento solo rimandato ?
“La notizia data da Thomas Bach di rimandare le Olimpiadi, e di conseguenza le Paralimpiadi, non mi ha sorpresa. Il CIO ed il Giappone sono apparsi un po’ frastornati ed in più di un’occasione. Tanta pressione e un coro che chiedeva di rinviare. Scelta dolorosa, ma certamente saggia. Qualcuno, tempo fa, mi ha ricordato che nella vita c’è un tempo per capire, un tempo per scegliere e un tempo per decidere. Questo è il tempo per salvaguardare le vite di tutti noi! Era l’unica decisione che si poteva prendere in considerazione.  Avendo partecipato alle Paralimpiadi di Rio 2016 e prima ancora a tre Europei e due Mondiali, mi sono messa nei panni dei miei amici e di tutti gli atleti in corsa per Tokyo.  Non bisogna MAI MOLLARE! Un anno in più consentirà a tutti di lavorare con maggiore convinzione e voglia di vincere. Ora serve aspettare, perché la salute si sa, occupa il gradino più alto del podio. Ma tra un anno, su quel podio, ci sarete voi. E insieme potremo festeggiare una doppia vittoria: la vostra e quella contro il covid19!”.

Come si definisce Giusy Versace? Scegli tre aggettivi per raccontarti.
“Determinata, altruista, solare”.

Nella tua storia personale e di atleta, oltre al sacrificio e alla determinazione di chi non ha mai mollato, ha giocato un ruolo fondamentale anche la fede come racconti spesso. Cos’è la fede per Giusy Versace? E com’è cambiato (se è cambiato) nel tempo il tuo rapporto con la fede?
“Beh, guai se non avessi avuto la fede. Forse senza di essa, sarei diventata come uno di quei tanti ‘disabili rancorosi’ (come li definisco io) che non sono riusciti ad elaborare e trasformare il dolore. Quel dolore che se riesci ad attraversare, ti rende, sicuramente, più forte e consapevole. In questa particolare fase che stiamo attraversando, legata all’emergenza del coronavirus, la fede mi ha anche spinta a dare un importante significato al fatto che la quarantena abbia in qualche modo coinciso con la Quaresima. Mai come in questo momento, così unico e particolare che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo, la Pasqua può significare una vera rinascita, anche se il prezzo pagato ha dei nomi e dei cognomi di gente che non c’è più. È stata però l’occasione per riscoprire i valori e l’importanza di gesti semplici come la stretta di mano, un abbraccio od un bacio. Tutte cose che abbiamo sempre dato per scontate e che per un periodo ci sono state negate. Ma la privazione ed il sacrificio possono essere uno stimolo per riscoprire proprio quei valori che abbiamo un po’ smarrito per via di una vita frenetica e concentrata di cose materiali. La mia fede, oggi, mi guida ancora più di ieri e mi aiuta a dare un senso a ogni cosa che faccio”.

Il tuo sogno per domani?
“Non guardo mai troppo lontano, a stento riesco a programmarmi la giornata. Ma se mi è concesso sognare, voglio immaginarmi un mondo più solidale e pieno di amore rispetto a quello in cui viviamo oggi”.

In un futuro che ci auguriamo tutti prossimo, vorresti voltarti indietro e poter dire…?
“È stata dura, ma ce l’abbiamo fatta!”