Il punto di vista di Alberto Zaroli, Arbitro Benemerito, Componente del Comitato Nazionale dell’Associazione Italiana Arbitri e Delegato dal Presidente Nicchi a seguire il Progetto Quarta Categoria, progetto abbracciato e condiviso con grande entusiasmo da questa importante componente del Calcio.

Il progetto di Quarta Categoria ha trovato da subito il riscontro e l’adesione convinta di tutte le Componenti del mondo del calcio e tra queste l’AIA. Quanto è importante questa unione per promuovere sempre più il calcio come strumento di integrazione e inclusione sociale?
“Lo Sport e il calcio in particolare vivono momenti di difficoltà legati a tanti fattori: la situazione economica e quella sociale non aiutano, ma anche alcune scelte operate nel tempo hanno fatto sì che si siano accumulati problemi irrisolti che ora devono essere affrontati con la decisione e con la determinazione di chi non si accontenta di garantire lo status quo ma vuole andare avanti, crescere, migliorare. L’unica possibilità per tornare ad essere ‘vincenti’ è lavorare insieme, coinvolgendo tutte le Componenti e valorizzando le risorse migliori, scegliendo le persone giuste e soprattutto puntando sui progetti giusti. Sotto questo profilo Quarta Categoria può costituire un punto di riferimento e un modello positivo: si parte da un’idea, la si condivide e si lavora insieme. Un progetto che l’AIA e il suo Presidente Marcello Nicchi hanno abbracciato con convinzione fin dall’inizio e che continueranno a seguire con grande impegno e piacere. Abbiamo cercato di mettere la nostra struttura organizzativa a disposizione del progetto e credo che si possa dire che siamo riusciti a dare il nostro contributo con la concretezza e l’efficienza di chi è abituato a risolvere i problemi anziché a crearli: abbiamo designato i nostri arbitri dove era necessario (anche con tempi di risposta più ristretti del solito) e curato la loro formazione, partecipando all’avvio dell’attività in tutte le regioni (da ultima la Sardegna), abbiamo contribuito alla definizione del testo del Regolamento di Quarta Categoria e alla ‘costruzione’ del Corso AID di AIAC, con il fattivo contributo del nostro Settore Tecnico e in particolare di Katia Senesi“.

Lo Sport è inclusione sociale, integrazione, palestra di vita, divertimento, sana competizione, amicizia e lavorare insieme verso un risultato condiviso. Tutti dallo sport possono imparare qualcosa: dalla sua esperienza quanto può fare ancora di più il calcio in particolare visto anche il grande appeal mediatico per abbattere pregiudizi e barriere?
“Lo Sport, quello con la lettera iniziale maiuscola, non può essere business o meglio non può essere “solo” business. Non voglio con questo negare la realtà: senza risorse economiche e senza pianificazione finanziaria si resta nel mondo dell’utopia. Rinnegare valori ed etica ci porta però a perdere di vista l’obiettivo primario di chi pratica attività sportiva: formare le giovani generazioni e prepararle alla vita. Se davvero vogliamo pensare ad un futuro migliore, non possiamo prescindere da questo. Lo sport deve essere inclusivo, deve valorizzare il merito e deve permettere a tutti di partecipare e di mettersi in gioco. Questo in teoria; in pratica avviene purtroppo l’opposto, creando illusioni e false promesse. Il calcio rappresenta un esempio di come una grande opportunità possa essere vanificata se non ci fermiamo a riflettere. Quando pensiamo al football ci riferiamo oggi allo spettacolo televisivo, ai grandi campioni, alle star internazionali. Non è così. Il calcio è lo sport più praticato al mondo perché si può giocare ovunque, perché recepisce quell’istinto innato in ciascun bambino a calciare un pallone, perché basta una strada, un prato, una piazza; non servono grandi abilità tecniche o attitudini fisiche. La visibilità mediatica dovrebbe servire per questo, per valorizzare lo Sport come fenomeno sociale. Quello dei dilettanti, quello che non si può permettere divise sfavillanti, quello che è praticato davvero da tutti, anche da quelli che non hanno la fortuna di essere ‘uguali’, ma che hanno il diritto a non essere esclusi perché considerati ‘diversi’. Proprio per questo Quarta Categoria rappresenta un modello: i professionisti si mettono in gioco, prestano il loro nome, i loro marchi registrati, financo le loro divise per fare in modo che tutti possano inseguire un pallone divertendosi. Il successo e la circolazione delle idee oggi passano attraverso i media, le immagini, i social, la rete: sfruttiamo ancora di più questi canali per trasformare le parole in fatti concreti”.

Nei tornei di Quarta Categoria gli atleti giocano in un contesto riconosciuto ufficialmente dalla FIGC che è la casa del calcio e a dirigere le partite ci sono arbitri veri, appartenenti all’Associazione Italiana Arbitri . Quel è l’importanza di questo messaggio per il progetto e tutti gli atleti?
“È fondamentale per chi partecipa e per chi guarda. Grande rispetto e onore per gli enti di promozione sportiva, in primis per il CSI che molto ha dato e continua a dare alla realizzazione del progetto. Tuttavia l’inclusione nel mondo FIGC garantisce maggiore visibilità e tutela sotto ogni profilo. Anche noi come Associazione Italiana Arbitri riteniamo che la presenza dei nostri Associati possa dare un ulteriore stimolo a chi gioca. Vedere i calciatori ‘special’ guardare con ammirazione le nostre divise, toccare il nostro logo, dire: ma tu sei un arbitro vero? ci fa capire come anche questa presenza sia importante. Non è più solo un evento isolato, non è la manifestazione benefica, la ‘partita del cuore’: è un campionato, con una classifica, con le squalifiche, con i cartellini rossi e gialli. Insomma è realtà non più solo illusione”.

Il ruolo del direttore di gara è sempre molto delicato e importante in una gara. Se durante una partita di Quarta Categoria ci sono delle intemperanze in campo, qual è l’approccio giusto da tenere con gli atleti? Come vi comportate?
“Gli arbitri che dirigono Quarta Categoria sanno che devono far rispettare il Regolamento del Gioco del Calcio. Siamo stati molto chiari sotto questo aspetto nei momenti di formazione che abbiamo loro dedicato. Devono sapere in che contesto arbitrano, con che atleti si interfacciano, ma devono essere consapevoli di sbagliare profondamente se l’atteggiamento è quello della comprensione paternalistica o, peggio ancora, della tolleranza verso il ‘diverso’. Chi arbitra sa che le Regole sono sacre: nella vita, in campo, nella società civile. Chi gioca deve recepire lo stesso messaggio. Fai un fallo da rosso? Vai nello spogliatoi tu come ci va il giocatore di Serie A, perché hai il diritto di essere rispettato e non considerato ‘diverso’, ma hai anche il dovere e la responsabilità di rispettare le regole, l’arbitro, i tuoi compagni”.

Cosa ne pensa dell’utilizzo di arbitri “special” come avvenuto già in qualche gara di Quarta Categoria?
“Noi siamo disponibili a fare formazione e trasmettere ‘cultura regolamentare’. Crediamo che provare a partecipare al gioco non calciando un pallone, ma utilizzando il fischietto e i cartellini sia un’esperienza di altissimo valore educativo. È anche necessario però evidenziare come, al momento, non ci siano i presupposti normativi per parlare di una categoria “special” all’interno dell’AIA.
Parlando con i Presidenti dei Comitati Regionali AIA, che operativamente si occupano di gestire i campionati nelle varie regioni, ho spesso sottolineato come i primi ad imparare qualcosa siano i ragazzi e le ragazze (arbitri) ai quali offriamo questa opportunità. Molto spesso chi dirige gare nelle massime categorie, impegnato ad affrontare contesti sempre più carichi di tensione e di pressioni di ogni genere, si rigenera trovandosi in mezzo agli atleti di Quarta Categoria, felice di riscoprire il valore del sorriso, il calore di una risata, l’entusiasmo di chi segnando una rete realizza un sogno, sentendosi per un attimo come CR7, ma ancora più felice.

Ultima: qual è il consiglio che si sente di dare alle nuove leve di arbitri e soprattutto a chi si vuole avvicinare a questo mondo?
“Chi fa Sport deve avere la consapevolezza di essere un privilegiato e non deve mai dimenticarsi che lo fa per divertirsi e non per caricarsi di stress, questo vale per qualsiasi atleta e anche per chi arbitra,. Entrando nel nostro mondo un ragazzo o una ragazza sanno di assumersi molte responsabilità in più, perché i doveri sono molto più grandi dei privilegi e a un arbitro non è consentito ciò che invece è permesso a chi gioca, toccherà loro anche essere il capro espiatorio per tutti quelli che pensano (e sono tanti) che chi arbitra sia un disadattato o un matto (uso un eufemismo) Sotto questo profilo tutti noi siamo un pochino ‘special’, forse perché davvero chi ha vissuto il calcio (e la vita) con la prospettiva dell’arbitro poi non lo potrà più vedere diversamente”.

La prima volta che ho visto una gara di Quarta Categoria mi sono innamorato dell’ingenuità e della naturalezza degli sguardi e delle reazioni, della spontaneità dei gesti, dell’entusiasmo. Vorrei che i nostri arbitri che fanno questa esperienza la vivessero proprio in questo modo, senza mediazioni, senza filtri.
“Lo Sport è anche questo: ricordarsi che per essere felici basta poco, un pallone, un prato, qualche amico e la convinzione che la vita ci fa uguali anche quando, ciascuno a modo nostro, siamo profondamente diversi e speciali”.